Sullo sfondo di una Roma tenacemente amata, “beata e sorniona nel suo decrepito frantume di ponti, campanili, alberi, cupole, acque e palazzi” (da Le città del mondo, Feltrinelli 2024), antica e sempre nuova, Eraldo Affinati – con passione pari solo al rigore – ricostruisce i profili degli educatori e delle educatrici che, nel corso dei secoli, vi hanno operato lasciando una traccia indelebile e contribuendo a definire i parametri pedagogici fondamentali della propria, instancabile attività di docente militante che, da sempre, affianca quella di scrittore. La necessità di porre al centro dell’azione educativa – al di là di una mera, sterile trasmissione di contenuti – la persona dell’alunno nella sua integralità per orientarlo nel rispetto delle peculiari inclinazioni. La rilevanza dell’ascolto, del coinvolgimento diretto del discente nell’attività didattica, di una valutazione non meritocratica e docimologica, ma in grado di intercettare, premiandolo, lo sforzo e il movimento verso un traguardo calibrato sulle sue potenzialità. Infine il dovere imprescindibile, per l’insegnante, di mettersi in gioco, accettare il confronto, abbandonare comode posizioni di autorità e conseguire autorevolezza esercitando il proprio magistero “dalla parte degli ultimi”, nelle zone della difficoltà e del disagio. Nuclei ispiratori questi tenacemente declinati e ribaditi in Per amore del futuro, “libro gemello” – per definizione dello stesso autore – di Testa, cuore e mani. Entrambi testimonianze tanto più esemplari e necessarie nel contesto di un sistema scolastico che stenta a rinnovarsi.
Dialoga con l’autore il prof. Marco Camerini
