RECENSIONE

di Tonia Parlato

Libraia | Content Editor

LA DINASTIA DEI DOLORI

di Margherita Loy

Non c’è due senza tre! Per completare il trittico delle novità pubblicate da Atlantide lo scorso marzo non poteva di certo mancare “La dinastia dei dolori” di Margherita Loy, che dopo il fortunato esordio con “Una storia ungherese” torna in libreria con un’altra narrazione profonda, in grado di toccarci in quel modo bellissimo in cui gli autori pubblicati da questa casa editrice sanno fare.

Il titolo parla chiarissimo e ci anticipa perfettamente tutto quello che dobbiamo sapere quando scegliamo di iniziare questa lettura: c’è una dinastia, un susseguirsi temporale di donne legate tra loro da quel vincolo eterno e immutabile che è il sangue, ma soprattutto ci sono i loro dolori sdrucciolati lungo un filo rosso che parte dagli anni Venti e arriva fino ai nostri giorni raccontandoci le vite di Emma prima, Maria durante e Rita poi. Tre donne accomunate da un unico destino che sembra riproporsi loro inesorabile.

Tutto inizia con Emma che nella Roma dei primi venti anni del secolo scorso sposa un ineccepibile ingegnere, un uomo fatto di contorni netti e rigidi che cozzano terribilmente con quelli esplosivi e sfumati di lei. Così inizia la sua vita di agi, lontana dalla fame e dalla preoccupazione della miseria ma molto vicina a un’ enorme e gelida menzogna. A quali patti è dovuta scendere Emma? Quanto il suo passato di miseria estrema pesa nel legarsi a un uomo che è al contempo una promessa di infelicità? Il seme del dolore viene gettato nel fertile terreno, dove germoglierà e darà ben presto i suoi frutti.

Il primo è Maria, sua nipote. Una donna fragile che cerca di dominare le paure rifugiandosi in riti e convinzioni sottili come la carta velina. Maria vivrà sulla sua pelle quello stesso dolore di cui è discendente: il divenire madre di Rita comporterà il materializzarsi di un profondo dramma interiore.

Infine proprio Rita, la pragmatica donna di scienza, cercherà di prendere tra le mani il filo sempre più sottile che tiene insieme le luci e le ombre della sua discendenza femminile, quando fuori, in un caldo giorno di agosto, il Ponte Morandi crolla e insieme ad esso tutte quelle che per Rita sembravano solide certezze. Allora quale peso ha nell’esistenza di ciascuno di noi l’eredità dei traumi? Possiamo pesarli scientificamente o sfuggono a qualsiasi classificazione?

Le generazioni si susseguono e con loro queste donne, profondamente diverse ma anche simili, forti della loro memoria e anche tanto impreparate dinanzi agli squarci ricevuti e auto inferti.

La Loy ci consegna tra le mani un affresco femminile con tutte le sue infinite sfumature. Tutto viene richiamato e descritto sulla pagina con sincera durezza: la maternità che può talvolta assumere contorni drammatici, la sensazione di inadeguatezza, l’insano rapporto con il cibo, l’assoggettamento, il castigo, il senso di vergogna, la volontà di affermarsi in una società che non sempre lo consente, l’impotenza dinanzi alle catastrofi, il peso della memoria. Tutto assume un
valore reale e al contempo profondamente simbolico. Dalle ferite che faticano a rimarginarsi, dal forte senso di forza e fragilità che questa storia ci trasmette, ne emergono tre donne e il loro tentativo di aggrapparsi a una scialuppa di salvataggio che sembra allontanarsi sempre di più ogni volta che esse vi si avvicinano.

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