RECENSIONE

di TONIA

Libraia | Content Editor

QUEL CHE SI VEDE DA QUI

di Mariana Leky

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“Quando Selma disse che quella notte aveva sognato un okapi, sapevamo che uno di noi sarebbe morto, al massimo entro ventiquattr’ore”.

Il libro inizia così. Entusiasmante, no? Ma non lasciatevi ingannare. Un’anziana donna di nome Selma vive in un piccolo paese della Germania e quando in sogno le appare uno stranissimo animale metà giraffa e metà zebra porta iella come il vetro di uno specchio rotto di venerdì 17 mentre un gatto nero ti ha appena tagliato la strada.

Ho reso l’idea?

Insomma, se sei nel raggio d’azione di Selma il giorno dopo al sogno in cui le è apparso un okapi dovresti correre a scrivere il testamento, a confessarti, a fare qualche buona azione perché forse potrebbe essere giunta l’ora del tuo sonnellino eterno. La cosa sorprendente del libro di Mariana Leky, pubblicato nel 2019 da Keller editore, è che per quanto scoraggianti e sconfortanti possano sembrare i presupposti, questa storia è in grado di riscaldarti.

Ti abbraccia nel vero senso della parola

La morte fa da leitmotiv indiscusso, la sua presenza è costante, la sua voce sottende la narrazione ma questo non è affatto angosciante. L’autrice la trasforma in una compagna di viaggio, la umanizza e la descrive in tutta la sua inevitabilità e dopo questo libro, tutto sommato, ci fa un po’ meno paura. Mentre si legge, per intenderci, ci si ritrova spesso ad assumere quella bellissima espressione ebete nei mezzi pubblici a metà tra un sorriso e una paresi facciale.

Più ci si intrufola nelle vite dei protagonisti e più quelle vite sembrano vissute da qualcuno al quale vogliamo proprio molto bene

Ci sta a cuore Luise, nipote di Selma e voce narrante, mentre descrive il tragicomico mosaico di persone che abitano il paese e le loro reazioni dinanzi alla notizia del sogno; ci fa sorridere l’oculista imbranato e da sempre follemente innamorato di Selma che continua a scrivere lettere che forse non le mostrerà mai; ci piace il piccolo Martin che solleva pesi sproporzionati per i suoi dieci anni e ci sta un po’ sulle palle suo padre, classico ubriacone con la sensibilità di un nazista del ’33, ma poi alla fine, in un modo del tutto inaspettato, ci sta simpatico anche lui.

Noi lettori viviamo l’angoscia di sapere a chi toccherà questa volta, a quale dei personaggi l’okapi cadrà tra capo e collo

Quando lo scopriamo stiamo male, ci arrabbiamo, ne soffriamo, ma elaboriamo il dolore e andiamo avanti fino alla fine perché ormai ci siamo dentro fino al collo. Non importa se è venerdì sera e quell’amica ti chiama per uscire, non importa se è il tuo giorno libero a lavoro, non importa se devi andare a fare la spesa, farti sistemare le ossa dal fisioterapista o eliminare quella terribile ricrescita dal parrucchiere: tu dovrai necessariamente sapere come andrà a finire, tu avrai bisogno di sapere che succede tra Luise e Frederik e se alla fine un lieto fine ci sarà.

Arrivi all’ultima pagina

E ti rendi conto che tutto è andato come doveva andare e come tutti quei bei libri che improvvisamente perdono la consistenza della carta e assumono quella della pelle umana, questa storia ci manca subito. Vorremmo istintivamente afferrare il telefono e digitare il numero di Selma, di Luise, di Marlies, del monastero buddista di Frederik, della stessa Leky per dirle una sola semplice e importantissima cosa: grazie.

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